L'Aquila - 27 giugno 2009 ore 15:30. Manifestazione PER LA RICOSTRUZIONE - CAMPAGNA 100%
La manifestazione che si è tenuta a L'Aquila il 27 giugno, alle ore 15:30 è stata un'occasione per riflettere su ciò che non condividiamo della ricostruzione (guarda alcuni momenti importanti dell'evento).
Le nostre ragioni sono molte:
100% RICOSTRUZIONE
Gli edifici distrutti o danneggiati dal sisma, abitazioni e sedi di attività produttive, economiche o professionali, siano tutti ricostruiti o riparati.re su ciò cje
È quel che è accaduto negli altri terremoti. È quello che deve essere assicurato anche alla città di L’Aquila e al suo territorio. I limiti ai finanziamenti introdotti per i terremotati aquilani in relazione a distinzioni fra tipi di edifici, di proprietà, di danno sono inaccettabili.
Al recupero e al restauro del patrimonio storico-artistico, urbanistico e monumentale siano assicurati i fondi e le competenze necessarie.
I finanziamenti previsti non lasciano alcuna speranza circa la sorte dell’insieme straordinario di beni architettonici, artistici, culturali in genere che il terremoto ha così duramente ferito. Al loro recupero e alla restituzione ai cittadini del centro storico vanno destinate norme specifiche e finanziamenti adeguati.
Si dia ora alle scuole e all'università la certezza di riaprire, in autunno, i loro battenti in città.
Si ripari, si ricostruisca, si allestiscano sedi provvisorie. Si dia certezza alle famiglie. Si riportino a L’Aquila le sedi universitarie che sono state incautamente disperse.
Si creino le condizioni perché le amministrazioni pubbliche tornino a L’Aquila con il complesso delle loro attività.
Non si lavora alla rinascita di una città capoluogo di regione frammentando e disperdendo le sue funzioni. Non si restituisce una parvenza di vita normale ai cittadini rendendoli nomadi fra una sistemazione remota e un lavoro dislocato altrove.
Alla ricostruzione si assicurino finanziamenti adeguati e certi, in tempi rapidi.
Il decreto affida il reperimento di fondi al taglio delle spese e al ricavato di nuovi “gratta e vinci”, ma la ricostruzione non è un gioco e va pagata con soldi veri e sicuri. La stima dei danni, e quindi dei costi, sia coerente con la comparazione fatta con i danni del terremoto di Umbria e Marche, che sono stati valutati di 4 volte inferiori.
Alla vita economica si dia il respiro di una vera zona franca.
I 45 milioni di euro di finanziamento in quattro anni previsti dal decreto sono meno di uno specchietto per le allodole, certo non la premessa della rinascita economica. Ma senza lavoro la città muore comunque.
Si dia certezza immediata di un compenso adeguato a chi ha subito la prevaricazione dell’esproprio.
Famiglie già duramente colpite dal terremoto sono state private di un reddito possibile, dei proventi di un’attività agricola familiare, della prospettiva di uno spazio dove allestirsi almeno una sistemazione provvisoria. Il decreto prevede per loro un compenso ignoto, che conosceranno fra sei mesi.
100% PARTECIPAZIONE
I cittadini siano coinvolti nelle scelte che tracciano il loro futuro.
Le decisioni che oggi si assumono condizionano in maniera stringente la vita presente e segneranno la storia della città e dei suoi abitanti per i prossimi decenni. È inaccettabile che siano calate dall’alto, ignorando la volontà di coloro dei quali determineranno il destino. Le scelte tornino al territorio e le istituzioni locali attivino gli strumenti ufficiali, leggi e regolamenti, che rendano effettivo il diritto di partecipazione per tutti.
Siano ripristinate tutte le forme di tutela del cittadino che la normativa di gestione del dopo terremoto ha derogato, dal pieno diritto di accesso agli atti amministrativi, alla tutela dell’ambiente, dalle disposizioni in materia di espropriazione per pubblica utilità, al codice dei contratti pubblici.
100% TRASPARENZA
Il flusso del denaro sia sempre visibile, tracciabile, chiaro.
La provenienza dei finanziamenti, la loro destinazione, i costi della gestione dell’emergenza e della ricostruzione, l’impiego delle donazioni e le spese della Protezione civile siano messi a disposizione dei cittadini, in forma comprensibile, in dettaglio e in tempo reale.
Le decisioni assunte e le loro ragioni siano comunicate con tempestività e trasparenza.
I piani e i programmi di intervento, i loro autori, le informazioni e i dati sui quali essi si fondano, siano messi a disposizione dei cittadini per tempo e con chiarezza. Ciascuna istituzione renda noto senza reticenze il ruolo che ha svolto e sta svolgendo, assumendosene la doverosa responsabilità.
DA SUBITO
Siano resi ai cittadini nelle tendopoli i loro diritti inviolabili, di informazione, di circolazione, di assemblea.
Si rimuovano i divieti pretestuosi e non necessari che infrangono la carta costituzionale e offendono gli uomini liberi, tanto più se in condizioni di bisogno, e si trattino gli abitanti dei campi come cittadini adulti, non come ospiti incapaci.
Si restituiscano gli abitanti alla città.
Si lavori a soluzioni alternative alla costosa sistemazioni in albergo, lontano dai propri concittadini e dai propri luoghi. Questa deportazione priva di certezze è la premessa dello spopolamento.
Si torni indietro rispetto alla decisione inumana del lungo soggiorno nelle tende.
Il caldo dell’estate, il freddo dell’autunno e forse dell'inverno, la convivenza forzata fra sconosciuti, il disagio dei servizi igienici precari e comuni infliggono una sofferenza intollerabile a chi ha perso già tutto. Si restituisca ai cittadini al più presto, come è accaduto per gli altri terremoti, la dignità e il conforto di un alloggio decoroso e privato nel quale ritrovare la parvenza di una vita propria.
Si riveda, di conseguenza, in maniera sostanziale il piano C.A.S.E.
È, nella sua forma attuale, una soluzione inaccettabile per i lunghi tempi di permanenza nelle tende che impone, devastante per un territorio rurale, nel quale inserisce palazzine urbane e una densità di popolazione che trasformano i paesi in periferie, insufficiente per le esigenze di alloggi alle quali nei prossimi mesi si dovrà fare fronte, tanto più perché fondata sulla scommessa che la terra smetta di tremare.
Si dia risposta alle giuste richieste dei Vigili del fuoco.
La gratitudine meritata con la competenza, la vicinanza, l'abnegazione senza riserve, il rischio corso per portarci aiuto ci pone al loro fianco.
Comitato civico per Un Manifesto per L'Aquila
info@unmanifestoperlaquila.it
Le recinzioni delle tendopoli non possono essere frontiere per l'informazione
“È un diritto inviolabile dell'individuo la libertà di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”
Articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo
Protesta per il sisma, domani sfollati a Roma "Ma volantinaggio vietato nelle tendopoli" è il titolo di un articolo pubblicato dal giornalista Giuseppe Caporale sul sito del quotidiano La Repubblica. Il contenuto conferma l'informazione secondo la quale sarebbe stato impedito agli organizzatori del sit in previsto per martedì 16 a Roma, in piazza Montecitorio, di diffondere le informazioni riguardanti l'organizzazione dell'iniziativa.
Secondo quanto scritto nell'articolo, questo divieto sarebbe l'ultimo di una serie di provvedimenti presi dalla protezione civile per garantire uno svolgimento quieto della vita nei campi.
Si tratta del divieto di somministrazione di caffè, cioccolata e vino, e del divieto di organizzare assemblee all'interno dei campi.
Comprendiamo bene che i divieti non sono mai graditi ma sappiamo anche, per cultura e per esperienza, che esiste un limite oltre il quale la libertà si trasforma in abuso. Sappiamo anche che i limiti alla libertà individuale, se guidati da principi di bene comune, hanno un valore sociale che è la ragione stessa del vivere nella comunità, una comunità che oggi dispone di spazi ristretti.
Per questo comprendiamo che una dieta mirata può facilitare la vita nei campi ai cittadini che si trovano a vivere per mesi nelle tende così come agli operatori, prevalentemente volontari, nello svolgimento della loro funzione delicata e faticosa.
Considerazioni analoghe valgono per l'organizzazione delle assemblee promosse dai cittadini che soggiornano nelle tendopoli. Immaginiamo che sia molto utile ai volontari che gestiscono i campi che lo svolgimento delle assemblee avvenga al di fuori delle tendopoli. Lo capiamo e possiamo accettarlo come provvedimento “necessario”. Per quanto possibile e compatibilmente con la disponibilità di spazi alternativi.
La diffusione delle informazioni relative all'iniziativa di un gruppo di comitati civici è un fatto diverso. La distribuzione di volantini all'interno dei campi è l'unico strumento di comunicazione a disposizione dei comitati che hanno la necessità di informare la popolazione terremotata dell'esistenza, delle ragioni e delle modalità di svolgimento di un'iniziativa pubblica.
Non sono disponibili altre forme di comunicazione, ammesso che sulla forma di comunicazione scelta possa intervenire un provvedimento restrittivo che non sia anche un limite di espressione di un diritto inviolabile dell'individuo, dunque garantito dall'articolo 2 della Costituzione della Repubblica Italiana, qual è quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere (articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo).
Enrico Colaiacovo
info@unmanifestoperlaquila.it
Convergenze#01 Esperienze giovani – Un discorso sul metodo
Sabato 6 giugno si è svolto a L'Aquila un incontro organizzato dal Collettivo99. Si è trattato di un'occasione nella quale i Giovani Tecnici Aquilani hanno presentato un "work in progress" del master plan che stanno sviluppando, mentre tre studi di architettura, EcosistemaUrbano, IaN+ e Metrogramma, hanno presentato le loro esperienze fatte in varie città del mondo.
Nell'incontro gli ingredienti necessari all'avvio di una riflessione su come affrontare la complessità della ricostruzione c'erano tutti.
A dire il vero il tema era “Riconversione oltre la ricostruzione, un work in progress”. Qualcosa di più di una prima riflessione: un metodo di lavoro insieme ad alcune risposte concrete che questo ha già prodotto.
Comunque sia andata, secondo noi l'elemento dominante è stato un altro. L'approccio tecnico utilizzato dal Collettivo99, basato su strumenti di pianificazione strategica predisposti a una collaborazione multidisciplinare più volte indicata come chiave di successo, insieme a un atteggiamento orientato a un'approfondita discussione di carattere pubblico rappresentano un substrato metodologico che nel corso dell'incontro è sembrato irrinunciabile, un'infrastruttura organizzativa minimale per la gestione di una complessità che ha forme mutevoli e sfuggenti. Questa, secondo noi, è l'importante proposta emersa dall'evento: uno spazio condiviso da animare in base a una forma efficace e concordata di processo.
Le importanti esperienze presentate dagli ospiti dell'incontro hanno sottolineato il fatto che non esiste un modello di riferimento riproducibile e adeguato alle attuali esigenze della città, la ricetta per tutte le stagioni. Allo stesso tempo hanno affermato con evidenza di particolari che c'è l'urgenza di una riflessione approfondita, nella quale prendano posto elementi di razionalità e spunti creativi, azioni di lungo periodo e fenomeni transitori, proposte e risposte nuove, che dalle esperienze fatte sappiano apprendere i metodi di lavoro e gli atteggiamenti culturali individuali e collettivi, con l'obiettivo di mettere a fuoco uno scenario che possa rappresentare un futuro adeguato alle aspettative del territorio.
È evidente che le modalità di gestione di una riflessione di questo genere debbono essere sviluppate nell'ambito delle cosiddette intelligenze della città le quali, unendosi in uno sforzo comune e interpretando nel contesto locale le esperienze emerse a livello globale, sono le interpreti autentiche del sentire cittadino. Amministrazioni, università, associazioni, imprese, cittadini: tutto ciò che è stato ricchezza della città si trova oggi a investire sul proprio futuro con ambizioni che non possono essere soddisfatte da azioni individuali. Questa convinzione del Collettivo99 è anche nostra e il metodo del master plan come piattaforma nella quale far convergere idee, abilità e intenzioni, presentato in tutta la sua concretezza, è quanto meno un importantissimo punto di partenza, anche in virtù dell'interesse che è riuscito a suscitare nei rappresentanti delle autorità locali che hanno partecipato all'evento.
Enrico Colaiacovo
La nuova L'Aquila e la sfida della ricostruzione
Un primo elemento di riflessione emerso nel corso del convegno riguarda gli aspetti legati all'informazione e in particolare alla comunicazione istituzionale. Le azioni intraprese dalle istituzioni coinvolte nella gestione dell'emergenza e nel governo della ricostruzione non riescono a fornire un quadro organico di interpretazione, la rappresentazione di uno scenario per mezzo del quale i cittadini, e in particolare le popolazioni colpite, possano rispondere alle domande che tutti ci stiamo ponendo sul futuro della città.
È stato sottolineato il fatto che alcune scelte risultano particolarmente incomprensibili poiché frutto di processi decisionali che non hanno fatto lo sforzo di interpretare le realtà locali, di interrogarsi su “cosa i cittadini si aspettano dalla ricostruzione e come immaginano che questa possa avvenire”.
Questa è una critica che viene rivolta in particolare al decreto legge in discussione in parlamento, caratterizzato da un impianto che tende a segmentare il problema generale, con la inevitabile perdita degli elementi di complessità e di visione.
Il problema dell'informazione coinvolge tutte le attività legate a emergenza e ricostruzione e dall'assenza del quadro di riferimento scende fino ai dettagli degli interventi. Tra quelli in atto è stato analizzato il processo di individuazione delle localizzazioni e degli espropri. Le scelte fatte sembrano il frutto di un'analisi che non ha considerato, per ragioni che sarebbe interessante conoscere, i beni pubblici dismessi. Così come non sembra che le localizzazioni abbiano considerato la struttura sociale della città di L'Aquila e dei paesi circostanti, elemento dal quale prende forma, quando unito al patrimonio architettonico e artistico, la carta d'identità della città e del suo territorio. Una “struttura complessa”, le ragioni del vivere e dell'essere “una città” che non potranno essere preservate integralmente ma che crediamo debbano essere considerate in un progetto di ricostruzione.
Alla scarsità di elementi di informazione si sovrappone lo scarso impegno nella riflessione. Non c'è o non è visibile il dibattito sui temi fondamentali: ambiente, urbanistica, società, lavoro, economia. Di questo non si chiede conto soltanto alle istituzioni, che pure ne sono responsabili, ma anche al mondo della stampa, in particolare quella specializzata, alle università, agli istituti di ricerca. Qual è il freno che impedisce agli osservatori dell'economia di considerare la ricostruzione integrale di un capoluogo di regione dal punto di vista socio-economico, commerciale, industriale, micro e macroeconomico? Non è forse questo il momento per tentare di leggere in chiave previsionale come la ricostruzione della città di L'Aquila si inquadra nel contesto della grave crisi economica in corso? Oppure aspettiamo che la grande opportunità, o il grave problema, diventi materia degli storici?
Un altro aspetto che ha trovato spazio nel convegno è il deroga. Trattato solo marginalmente nella critica alla deroga al regime vincolistico di natura paesaggistica e ambientale contenuto nella delibera del Consiglio Comunale di L'Aquila sui “Criteri per la localizzazione e realizzazione di manufatti temporanei”, questo è uno degli elementi che caratterizzano la ricostruzione nei tempi e nei modi dell'emergenza, confondendo due piani nella realtà molto diversi tra loro ma affrontati con lo strumento della “gestione straordinaria”. Sarebbe bene approfondire questo aspetto fino al punto di distinguere ciò che riguarda l'emergenza da ciò che è ricostruzione, se necessario distinguendo anche la relativa produzione normativa.
Aggiungiamo che la deroga è uno degli elementi portanti del decreto del 28 aprile “Interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici nella regione Abruzzo ...”; deroga alla legge sulla trasparenza nel procedimento amministrativo, deroga al codice dei contratti, deroga al codice dell'ambiente, deroga alla normativa vigente in materia di espropri. Se la deroga è comprensibile, auspicabile o necessaria in molti casi, com'è la gestione dell'emergenza a L'Aquila, forse non ha motivo di essere usata per la gestione della ricostruzione. In ogni caso sarebbe certamente importante e utile che le ragioni della sua adozione nel processo di ricostruzione venissero spiegate adeguatamente.
Enrico Colaiacovo
Comitato civico per Un Manifesto per L'Aquila
Lettera alla rivista L'Indice
Gentile direttore,
l’editoriale del numero 5 di maggio 2009 dell’Indice, dal titolo Sui beni culturali in Italia. Il rischio di azzerare la storia, che si conclude con un sommesso richiamo al terremoto in Abruzzo (forse se ci si riferisse ad esso come al “terremoto a L’Aquila” oltre ad avvicinarsi di più alla sostanza dei fatti, se ne coglierebbe meglio l’effetto devastante) è fra gli interventi, per lo più superficiali e talvolta sciatti, che hanno offerto i mezzi di informazione italiani, forse il solo che, senza parlare del terremoto, delle sue conseguenze e, quel che più conta, delle prospettive della ricostruzione, ponga acutamente e correttamente molte delle questioni essenziali che dovrebbero essere presenti, e preoccuparlo, a chi sia chiamato ad assumersi qualcuna delle molte responsabilità che debbono concorrere a dare un futuro alla città e alla sua comunità o costretto a subire le conseguente delle scelte di chi quelle responsabilità deve assumersi.
Chi abbia avuto la costanza di guardare agli effetti del terremoto oltre il momento dello strazio più acuto delle perdite umane, oltre il colore dei parrucchieri nelle tende, anche oltre il gusto della polemica politica istantanea, si è dovuto rendere conto con vero sgomento di un disastro senza precedenti e spaventarsi della misura dello sforzo necessario a restituire alla vita una città intera e la sua costellazione di borghi, feriti ovunque, ma massacrati, l’una e gli altri, con particolare crudeltà nei loro centri storici.
Quello spavento trova eco e ragione nelle parole dell’editoriale dell’Indice (“Dovunque si guardi si riscontra un annullamento della storia e della memoria storica a favore della ricerca di nuove identità generiche e generalizzanti”) e si concretizza nella domanda inquietante circa la capacità del paese, dei suoi governanti nazionali e locali, della sua accademia, di fronteggiare la sfida, rinunciando agli opportunismi, agli affarismi, allo spirito di parrocchia e alle gelosie professionali per trasformare, come altri paesi saprebbero fare, una tragedia in un’opportunità, che è poi l’unico modo possibile di affrontarla, una tragedia di questa misura.
Occorrerebbe un impiego senza risparmio di intelligenze appassionate, un concorso eccezionale di conoscenze, un lavoro lungo, paziente, accurato, lungimirante e collettivo. Si corre, invece, al minimo, il rischio di interventi isolati (il monumento “adottato”, il cui contesto viene abbandonato a se stesso), di stravolgimento del tessuto urbano e sociale (le palazzine a due o tre piani e la loro densità abitativa nel contesto di borghi costituiti di un circondario di case unifamiliari inserite nella campagna attorno ad un centro storico minimo ma vissuto), di inserti incongrui privi di valore e di senso (la chiesa dolomitica o la scuola materna di foggia prealpina, dono involontariamente avvelenato, fra le case di pietra o i palazzi di cemento armato).
L’urbanistica, la pianificazione territoriale, le grandi assenti della storia italiana recente, restano confinate nelle loro aule, gli unici luoghi dove sembra possano dare segno di sé. Nessuno ne richiede il concorso ed esse non paiono sentirsi investite della sollecitazione ad un grande dibattito pubblico, della sua necessità, pure evidente.
Non una parola sul paesaggio, nessuna riflessione sul ruolo che l’attenzione all’ambiente, assunta come aspetto trasversale strutturale, potrebbe giocare e, a riprova del fatto che chi non conosce con chiarezza il suo passato e non ne cura la permanenza, non ha futuro, non un’apertura sull’innovazione e sul ruolo che, in tutti i suoi spazi di applicazione, ivi compresa la sua coniugazione con il rispetto dell’ambiente, ad essa offrirebbero una ricostruzione e un recupero di queste dimensioni e che farebbe dell’opera di restituzione alla vita della città un “cantiere” esemplare, un’esperienza culturale e umana che resterebbe nella memoria e nella formazione di una generazione, come e più dell’aiuto che giovani di quarant’anni fa prestarono per salvare il tesoro della Biblioteca Nazionale di Firenze alluvionata (altri tempi, altro slancio).
E che esercizio straordinario per economisti di buona volontà dovrebbe essere immaginare come rinasce una prospettiva economica da queste macerie. Ma forse davvero, in questo caso, siamo davanti ad una scienza abituatasi a prevedere il passato.
L’amarezza delle constatazioni svela la speranza del pungolo e della smentita. Quello sforzo straordinario è irrinunciabile e non ci si può rassegnare a farne a meno, l’alternativa è consegnare L’Aquila ad una insopportabile agonia. Ci sono occasioni con le quali e nelle quali si misura un paese intero. Questo terribile terremoto è una di esse.
Leda Bultrini
Comitato civico per Un Manifesto per L’Aquila



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