Lettera alla rivista L'Indice
Gentile direttore,
l’editoriale del numero 5 di maggio 2009 dell’Indice, dal titolo Sui beni culturali in Italia. Il rischio di azzerare la storia, che si conclude con un sommesso richiamo al terremoto in Abruzzo (forse se ci si riferisse ad esso come al “terremoto a L’Aquila” oltre ad avvicinarsi di più alla sostanza dei fatti, se ne coglierebbe meglio l’effetto devastante) è fra gli interventi, per lo più superficiali e talvolta sciatti, che hanno offerto i mezzi di informazione italiani, forse il solo che, senza parlare del terremoto, delle sue conseguenze e, quel che più conta, delle prospettive della ricostruzione, ponga acutamente e correttamente molte delle questioni essenziali che dovrebbero essere presenti, e preoccuparlo, a chi sia chiamato ad assumersi qualcuna delle molte responsabilità che debbono concorrere a dare un futuro alla città e alla sua comunità o costretto a subire le conseguente delle scelte di chi quelle responsabilità deve assumersi.
Chi abbia avuto la costanza di guardare agli effetti del terremoto oltre il momento dello strazio più acuto delle perdite umane, oltre il colore dei parrucchieri nelle tende, anche oltre il gusto della polemica politica istantanea, si è dovuto rendere conto con vero sgomento di un disastro senza precedenti e spaventarsi della misura dello sforzo necessario a restituire alla vita una città intera e la sua costellazione di borghi, feriti ovunque, ma massacrati, l’una e gli altri, con particolare crudeltà nei loro centri storici.
Quello spavento trova eco e ragione nelle parole dell’editoriale dell’Indice (“Dovunque si guardi si riscontra un annullamento della storia e della memoria storica a favore della ricerca di nuove identità generiche e generalizzanti”) e si concretizza nella domanda inquietante circa la capacità del paese, dei suoi governanti nazionali e locali, della sua accademia, di fronteggiare la sfida, rinunciando agli opportunismi, agli affarismi, allo spirito di parrocchia e alle gelosie professionali per trasformare, come altri paesi saprebbero fare, una tragedia in un’opportunità, che è poi l’unico modo possibile di affrontarla, una tragedia di questa misura.
Occorrerebbe un impiego senza risparmio di intelligenze appassionate, un concorso eccezionale di conoscenze, un lavoro lungo, paziente, accurato, lungimirante e collettivo. Si corre, invece, al minimo, il rischio di interventi isolati (il monumento “adottato”, il cui contesto viene abbandonato a se stesso), di stravolgimento del tessuto urbano e sociale (le palazzine a due o tre piani e la loro densità abitativa nel contesto di borghi costituiti di un circondario di case unifamiliari inserite nella campagna attorno ad un centro storico minimo ma vissuto), di inserti incongrui privi di valore e di senso (la chiesa dolomitica o la scuola materna di foggia prealpina, dono involontariamente avvelenato, fra le case di pietra o i palazzi di cemento armato).
L’urbanistica, la pianificazione territoriale, le grandi assenti della storia italiana recente, restano confinate nelle loro aule, gli unici luoghi dove sembra possano dare segno di sé. Nessuno ne richiede il concorso ed esse non paiono sentirsi investite della sollecitazione ad un grande dibattito pubblico, della sua necessità, pure evidente.
Non una parola sul paesaggio, nessuna riflessione sul ruolo che l’attenzione all’ambiente, assunta come aspetto trasversale strutturale, potrebbe giocare e, a riprova del fatto che chi non conosce con chiarezza il suo passato e non ne cura la permanenza, non ha futuro, non un’apertura sull’innovazione e sul ruolo che, in tutti i suoi spazi di applicazione, ivi compresa la sua coniugazione con il rispetto dell’ambiente, ad essa offrirebbero una ricostruzione e un recupero di queste dimensioni e che farebbe dell’opera di restituzione alla vita della città un “cantiere” esemplare, un’esperienza culturale e umana che resterebbe nella memoria e nella formazione di una generazione, come e più dell’aiuto che giovani di quarant’anni fa prestarono per salvare il tesoro della Biblioteca Nazionale di Firenze alluvionata (altri tempi, altro slancio).
E che esercizio straordinario per economisti di buona volontà dovrebbe essere immaginare come rinasce una prospettiva economica da queste macerie. Ma forse davvero, in questo caso, siamo davanti ad una scienza abituatasi a prevedere il passato.
L’amarezza delle constatazioni svela la speranza del pungolo e della smentita. Quello sforzo straordinario è irrinunciabile e non ci si può rassegnare a farne a meno, l’alternativa è consegnare L’Aquila ad una insopportabile agonia. Ci sono occasioni con le quali e nelle quali si misura un paese intero. Questo terribile terremoto è una di esse.
Leda Bultrini
Comitato civico per Un Manifesto per L’Aquila
Lettera al quotidiano La Repubblica
Riportiamo il contenuto della lettera inviata al quotidiano "La Repubblica" in relazione all'articolo del 22 maggio 2009 "L'Aquila, ricostruzione fai-da-te "chi può si edifichi un ricovero", di Antonello Caporale.
Antonello Caporale conclude il suo articolo del 22 maggio sulla ricostruzione fai-da-te della città di L’Aquila con un’insinuazione velenosa, i cui contenuti di certo non sfuggiranno ai molti (cittadini comuni e politici) ai quali, oltre il momento della commozione e della retorica, fa comodo, se non è più possibile adagiarsi sull’idea che tutto stia andando per il meglio, pensare (o che si pensi) che “sono tutti uguali” e “tutti furbi”: al municipio del capoluogo sono giunte, ci dice Caporale, 100mila richieste di primo indennizzo a fronte di 70mila residenti. Inquietante, certamente, se vero: ma di quali domande di indennizzo stiamo parlando? E il direttore generale del Comune, dal quale proviene l’informazione (ripresa anche da altri mezzi d’informazione), a quali istanze fa riferimento? Stupisce che i cittadini aquilani, stipati nelle tende, dispersi sulla costa, ospitati da familiari ed amici nei più diversi luoghi d’Italia, abbiano avuto una tale prontezza, un così vivace spirito d’iniziativa e, a quanto pare, una così inestirpabile cattiva fede, (oltre ad averne la possibilità materiale) da presentare questa richiesta di massa di indennizzo in assenza di qualunque indicazione ufficiale o informale in merito ai modi e alle procedure per richiederlo l’eventuale indennizzo. Ne fossero venuti a conoscenza i nostri familiari, amici, vicini, che sappiamo vivere nell’incertezza assoluta delle forme, dei modi, dell’entità, se non addirittura della realtà degli indennizzi per i beni danneggiati, quando non completamente perduti, non avrebbero mancato di unirsi alla folla.
Forse sarebbe corretto spiegare a chi legge che, come sembra di capire,
1. non ci si riferisce a richieste di indennizzo per i danni subiti ma a quelle di “contributo per autonoma sistemazione” (che è ben altra cosa: 100 euro al mese a persona, 200 per anziani e disabili) che è concesso a chi non pesa (con costi assai più alti) sulle spalle della protezione civile, avendo cercato un modo per provvedere a se stesso da solo, spesso con l’aiuto dei familiari
2. che non di 100mila richieste si parla ma del totale che si ottiene sommando le suddette richieste con il numero di persone ospitate dalla protezione civile. E che fra queste ultime possono certamente trovarsi persone che pur vivendo a L’Aquila non vi risultano residenti o registrate all’anagrafe.
Gli eventuali abusi vanno certamente rilevati e sanzionati e gli Aquilani non hanno patente di particolare qualità rispetto a nessuno, ma che dopo la tragedia del terremoto, il disinganno delle grandi speranze dei primi giorni, l’angoscia per un futuro quanto mai incerto, la lunga latitanza della più parte dell’informazione, che pigramente per settimane ha riproposto il quadro dell’intervento modello dello Stato, della marcia trionfale verso la ricostruzione, debbano oggi essere additati a popolo di truffatori (30mila truffatori almeno, darebbe ad intendere l’articolo) è un’ingiustizia che la città non merita.
Leda Bultrini
Comitato civico per Un manifesto per L’Aquila
Attivazione del blog del Comitato civico per Un Manifesto per L'Aquila
Con questo post attiviamo il blog di Un Manifesto per L'Aquila.
La ragione che ci ha spinto all'allestimento del blog è troppo scontata per essere spiegata ma questo non vuol dire che altrettanto scontato debba essere l'esito dell'iniziativa.
Speriamo che questo strumento possa rivelarsi utile a stimolare la riflessione e a far convergere le nostre e le vostre opinioni verso visioni di sintesi che possano fornire chiavi di lettura per la ricostruzione.



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